ANPI Ednine Gaiano (Bergamo)ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
SEZIONE “GIUSEPPE BRIGHENTI”
ENDINE GAIANO (BG)

Sabato 31 agosto 2019
al monumento sul Colletto dedicato ai partigiani
si è ricordata la battaglia di Fonteno del 31 agosto 1944

e il sacrificio dei partigiani caduti nella guerra di Liberazione

Pubblichiamo il discorso tenuto da un giovane rappresentane Anpi sez. Valle Calepio e Valle Cavallina.

I discorsi ufficiali, soprattutto quelli che si pronunciano in occasioni celebrative come quella odierna, hanno il vizio della retorica e rischiano di farci perdere di vista la dimensione umana degli eventi storici. Senza indugiare nella narrazione eroica, in cui è facile scadere quando ci si sente vicini – come lo siamo noi, per spirito di appartenenza – ai fatti di Fonteno e del Monte Torrezzo, vorrei dunque che a raccontare una parte della battaglia che infuriò proprio qui dove ci troviamo ora fossero le parole di Mario Zeduri, nome di battaglia “Tormenta”. Un partigiano della 53esima Brigata Garibaldi che negli scontri a fuoco del 31 agosto 1944 rimase ferito e che nell’ottobre successivo si rivolgeva alla madre con questa lettera:
l’ultimo rastrellamento è stato terribile; 800 fascisti e tedeschi assalirono le nostre posizioni preparate a difesa. Allora sì che si sentiva la morte, regina del campo di battaglia! 12 ore di combattimento continuo; i nemici furono ributtati con ingenti perdite. […] Il mio mortaio da 81 nella sua trappola spara sempre a zero, come un vulcano; le mitraglie, i mitra, i parabelli dei miei compagni sgranavano razzi di morte. Verso sera […] uscii dalla postazione col mio tenente, imbracciando il mitra per inseguire il mio nemico. In mezzo al sibilo dei proiettili nemici sparammo 8 raffiche ben aggiustate su ognuno dei fascisti che si ritirava; solo in questo punto abbiamo trovato 18 morti. Ma il mio tenente era a terra inchiodato ed io a pochi metri dal nemico fui inchiodato al terreno da un colpo di mitraglia. Quello che ho visto in quel momento non te lo posso scrivere! Sangue, sangue, sangue! La caviglia era fracassata. Raccolto dai portaferiti […] si sentì un sibilo e arriva un colpo di mortaio nemico; l’esplosione mi ha [fatto] fare un salto di 5 metri e una scheggia mi colpisce al sedere; per fortuna questa era una cosa da poco. Sono stato portato all’infermeria del campo dove mi trovo tutt’ora (ferito 31 agosto). […] il tenente medico ha dovuto ingessare la caviglia, perché era leso l’osso; ora dopo un mese e mezzo leverà il gesso e settimana ventura ho l’ordine del comandante Montagna di rientrare al reparto. Ora sto benissimo e cammino bene. Certo cara mamma che il mio calvario non avrei dovuto raccontartelo, per non farti soffrire; ma ho dovuto sfogarmi. Ma non piangere mamma, perché il tuo Mario ritornerà; lo sento dentro al mio cuore; sento che ho sopra il mio capo la protezione della Vergine, la quale dopo avermi preservato centinaia di volte dalla morte […] sono sicuro che mi preserverà anche in avvenire.

“Tormenta” non sapeva, invece, che di lì a un mese avrebbe trovato la morta alla Malga Lunga, vittima di un rastrellamento fascista. Le sue parole ci aiutano però a identificare almeno tre elementi che credo siano preziosi per spiegare i significati che la lotta di Liberazione ha assunto, sia in termini complessivi sia nel nostro territorio. Ed è su questi tre elementi che mi vorrei soffermare.
Anzitutto, il coraggio e la violenza: i partigiani combattevano a viso aperto repubblichini e tedeschi in inferiorità numerica e con armi e munizioni spesso insufficienti. Per la prima volta, giovani – magari di soli diciassette anni come Zeduri – si trovavano a vivere e sperimentare in prima persona una violenza inaudita, quella descritta in maniera vivida dalla ripetizione della parola “sangue”, seguita dal punto esclamativo, nella lettera che Tormenta indirizza alla madre. La battaglia di Fonteno e del Monte Torrezzo fu effettivamente combattuta in quelle condizioni: inferiorità numerica, condizioni ambientali impervie, armi e munizioni raffazzonate. Eppure i partigiani la vinsero. E lo fecero grazie alle grandi abilità tattiche e all’organizzazione. Prima accettando la trattativa con Langer – il capo delle SS di stanza a Bergamo che era stato inviato a Fonteno dopo la cattura di due soldati tedeschi e di un interprete –, grazie alla quale fu evitata la decimazione della popolazione di Fonteno; poi difendendosi qui, sul Monte Sicolo e sul Monte Torrezzo, e infine sorprendendo le SS a Fonteno e Langer poi. Fu una battaglia che rappresentò, dal punto di vista militare, un grave smacco per i nazifascisti e, dal punto di vista psicologico, un enorme risarcimento per i partigiani che tante sofferenze avevano subito sin dai primi giorni della loro clandestinità.
Il secondo elemento che possiamo individuare nella lettera di Zeduri è la sua fede cattolica. Non deve stupire, tuttavia, che un giovane proveniente da una famiglia assai devota decise di arruolarsi in una brigata comunista. Se c’è una caratteristica che connota la 53esima, infatti, è la sua laicità. Comunisti i capi, comunisti gli orizzonti che si intendevano dare al Paese dopo la guerra, ma ecumenica, aperta, solidale l’adesione a una lotta resistenziale che nelle intenzioni di tutti doveva inevitabilmente incrociare altre culture politiche e altre visioni del mondo per poter ricacciare indietro quella funesta che aveva dominato il ventennio precedente. E allora anche da questo aspetto abbiamo forse da imparare oggi: unità, quella che permise alla 53esima Brigata Garibaldi di distinguersi sui campi di battaglia, è una parola da ritrovare e rendere attuale.
È nell’oggi, infatti, che va agita in termini trasformativi la memoria che oggi stiamo ripercorrendo. È oggi che, con sempre maggiore evidenza, assistiamo a recrudescenze verbali e comportamentali tristemente associabili al fascismo, alla discriminazione, all’esclusione, alla sopraffazione. Sempre più spesso, e con sempre meno pudore da parte di chi le pronuncia, ascoltiamo frasi come “Mussolini ha fatto anche cose buone”, sentiamo invocare il bene supremo della patria con toni e sfumature che non possono non far pensare a quelle distorte forme di nazionalismo che portarono alla guerra e alla tragedia d’Europa.
Vedete, io credo che oggi più che mai – oggi che la società sembra davvero fluida, liquida, priva di riferimenti ideali, di ragioni per cui combattere se non quelle del diritto individuale, oggi che ci lasciano i testimoni di quel tempo cupo e nel contempo allegramente liberato in un’apoteosi di desiderio: di ricostruire, rabberciare, guardare al futuro – ecco, io credo che oggi più che mai questo solco di memoria che proviamo a tracciare sia indispensabile: sia perché dentro ci sono i contenuti delle nostre lotte, sia perché qualcuno ancora trova il coraggio di pensare e di affermare che sia possibile mettere partigiani e repubblichini sullo stesso piano, che le loro esperienze siano equiparabili. Quando invece noi sappiamo che allora, come oggi, c’è stata una parte giusta della Storia e che da quella parte – a volte inconsapevolmente, certo, e con tutti gli errori, le leggerezze e magari persino le crudeltà di una guerra che richiedeva una scelta di campo precisa – ci stavano quelli come Zeduri.
Ci serve coltivare questa memoria, questa memoria unitaria per noi e che inevitabilmente ci deve dividere da chi invece si professa ancora oggi fascista o si comporta come tale, per capire anche come si arrivò al fascismo. C’è infatti una narrazione, alimentata da gruppi come Casa Pound o Forza Nuova, che vorrebbe ascrivere al fascismo un tratto rivoluzionario, rigenerativo. Ebbene, siccome la storia va letta anche in termini economici, che sono poi quelli che ci consentono di radiografare le disuguaglianze, noi – in questi territori – sappiamo che il fascismo si saldò immediatamente con il potere dei grandi proprietari terrieri che facevano morire di povertà o fatica i loro braccianti. Sappiamo che il fascismo fu violenta e ingiustificata reazione nei confronti di chi cercava giustizia e libertà nei campi e nelle fabbriche. O, in una parola, nel lavoro. Sappiamo che il povero mezzadro della Valcalepio che già nel secondo dopoguerra denunciava di essere stato trattato come una bestia, prostrato da un padrone ingiusto e crudele, era vittima dei rimasugli di quella società diseguale che il fascismo aveva voluto. Il “diario del sofferente” aveva chiamato quelle poche righe scritte su un libretto contabile negli anni Cinquanta, quasi a ricordarci, da un lato, che violenza e sopraffazione passano e continuano a passare ancora oggi da meccanismi di sfruttamento del lavoro e, dall’altro lato, che anche dopo la seconda guerra mondiale il lungo cammino verso la libertà non si è esaurito con le conquiste democratiche e che, anzi, è per molti stato tradito. Certo non è un caso che i padri costituenti vollero inserire all’articolo numero 1 della nostra “Carta” il lavoro come valore fondante della Repubblica. Lo fecero perché il fascismo è stata oppressione ideologica, fisica, politica, razziale. Ma è stato anche abolizione del concetto di libertà connessa al lavoro. Conservazione, dunque, e non rivoluzione. Questo fu il fascismo.
È fascista dunque, come dicevo, chi discrimina, ma anche chi intende sancire il primato del profitto su quello della vita umana. Ma possiamo estendere il concetto ad altri e più vasti ambiti della nostra vita quotidiana: è fascista chi crede di avere più diritto di un altro uguale a lui, chi – dalle istituzioni, dalle
amministrazioni o più banalmente negli spazi sociali – etichetta il diverso e lo svilisce. Ma è fascista anche chi impedisce alle donne di decidere e autodeterminarsi, per esempio, o chi non accoglie, oppure ancora chi difende i principi della famiglia tradizionale scagliandosi contro quelle che ritiene essere deviazioni da reprimere, ma che invece sono soltanto amori che hanno voglia di esprimersi, corpi che hanno voglia di liberarsi. È fascista chi, in altre parole, nega giustizia e libertà per tutti, riempendosi la bocca di amor patrio per poi magari calpestarlo ogni giorno con atti che offendono la collettività. Ne abbiamo viste, lette, sentite di queste dichiarazioni. Continuiamo a sentirle.
E allora entra in gioco il terzo elemento che possiamo estrarre dalla lettera di Zeduri e che può essere un’ulteriore bussola da cui ripartire: l’umanità. Tormenta è solo un diciassettenne che si sente fragile, che ha paura, che non riesce a trattenersi dal comunicare alla madre che si trova in una condizione critica. Questo ci deve far pensare alla gravità, alla difficoltà, ma anche alla straordinaria generosità insita nella scelta che lui come tanti altri fecero allora: mettere a rischio la propria esistenza per liberare il Paese. Per determinare il progresso. Per dimenticare il conformismo imposto dal regime e costruire spazi e tempi davvero condivisi e collettivi.
Oggi dunque noi raccogliamo questa e queste storie. Le raccogliamo e tocca a noi, come sostenevo poco fa, continuare a fare memoria, ma non per cristallizzarla. Guai a pensare che ricordare i partigiani di allora sia sufficiente a cambiare la realtà che oggi ci pare talvolta così minacciosa! Io credo che noi ci si debba appropriare di quella memoria per guardare alle condizioni di vita di oggi e cambiarle radicalmente. Mettere in discussione il sistema di sviluppo in cui viviamo. Abbiamo la fortuna e il privilegio di poterci dotare dei mezzi e degli strumenti che servono per parlarci, dialogare, dedicare il nostro tempo individuale alla dimensione comune. Per abitare gli spazi sociali, appunto. Ed è questa la vera salvaguardia dal fascismo! È una salvaguardia da chi vorrebbe imporre una concezione anche dei rapporti personali in termini privatistici.
L’ANPI tutto questo lavoro di connessione e relazione lo fa. Lo dimostrano i suoi più di 120.000 iscritti, ma lo dimostra anche l’aumento esponenziale di giovani che hanno voluto iscriversi alla nostra associazione, un gruppo di donne e di uomini in cui ci si sente davvero a casa. Lo facciamo anche noi, nel nostro piccolo, con i nostri più di 100 iscritti alla sezione Valcalepio-Valcavallina e con le tante attività che nell’ultimo anno siamo stati capaci di proporre e realizzare. E se lo abbiamo fatto, ne sono certo, è anche perché stiamo bene insieme. Ed è questo che mi rende più felice e orgoglioso di essere qui oggi.
Pensateci: se non rinunciamo ai nostri valori, se non rinunciamo all’antifascismo, è anche perché riconoscerci nei rapporti di solidarietà che ci legano ci fa sentire bene. È una dimensione umana, questa, che giudico irrinunciabile.
Già, perché mi viene in mente cosa deve avere significato per quegli uomini che 75 anni fa soffrirono il freddo, il terrore, le malattie, a volte anche il dolore fisico e la morte, avere vicino un compagno. Poter sentire in lui la pulsione prima e definitiva che li spingeva un passo più avanti, una battaglia dopo l’altra. Verso il sogno di un’Italia, e magari di un’Europa, libere.
Pensateci e pensiamoci al bisogno imprescindibile che abbiamo oggi di stare insieme. Di costruire, a partire da questa bella dimensione umana, l’unità.
È a partire da qui che possiamo continuare a dirci che la Resistenza non è mai finita.
È da qui, dal 31 agosto 1944 al 31 agosto 2019, che possiamo dirci: W la 53esima Garibaldi, W l’ANPI, W la Resistenza!

A.N.P.I. SEZIONE VALLE CALEPIO – VALLE CAVALLINA – Localita’ Dossone 1 – Gandosso (Bg)
Sede operativa: Via Della Resistenza, 14 – Trescore Balneario (Bg)
Casa Museo “La Resistenza”: Via Casina Del Monte, 13 Adrara San Martino (Bg)
http://anpivalcalepio-cavallina.blogspot.com/

Monumento ai partigiani sul colletto di Fonteno

Monumento ai partigiani sul colletto di Fonteno